DDL Zan: così formulato voterei No.

Di seguito vi riporto, per quanto riguarda il DDL Zan, un testo -articolato, “come non li fanno più”- che sento di sottoscrivere a trecentosessanta gradi.

Prima di sfociare nella battaglia ideologica (“Non vuoi il ddl zan? Fascista!) vi prego di prendervi qualche minuto per capire il perché -dal punto di vista tecnico giuridico- io e tanti altri voteremmo, se avessimo la possibilità, NO al DDL Zan.

Io condivido la ragione per cui si vuol giungere all’approvazione del DDL Zan ma una legge con una giusta ratio non deve essere votata se il legislatore non è in grado di scriverla in modo degno, soprattutto se trattasi di legge penale.


di Eric Zaghini, Avvocato

++ IL DDL ZAN E DELL’ETERNO RITORNO DEL TOTALITARISMO (IN CERTA PARTE DELL)A SINISTRA ++

In questi giorni leggo costernato attacchi mediatici a chiunque osi mettere in discussione l’attuale formulazione del DDL ZAN, in discussione al Senato.

Molto sobriamente chiunque critichi viene definito un emulo di Pillon, quando va bene, o, più fantasiosamente, un cattofascista (o cattonazista nella versione esterofila).

Il dissenso, in altri termini non è ammesso. Ovviamente non c’è niente di più illiberale di questo atteggiamento manicheo, che mette i buoni da una parte ed i cattivi oscurantisti dall’altra.

Eppure, tra i tanti che hanno sollevato espresse richieste di modificare il testo licenziato (forse troppo frettolosamente) dalla Camera (ma oramai siamo abituati alla stesura di testi pressapochisti) ritroviamo storiche associazioni quali l’UDI e ARCILESBICA. Possibile mai che siano diventate un covo di fasciste del 21esimo secolo?

Ancora, tra i molti giuristi che si sono pronunciati in maniera critica, troviamo due Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale: Flick (tra l’atro ex ministro della Giustizia nel Governo Prodi) e Mirabelli. Vuoi vedere che abbiamo avuto due fascisti a presiedere la Consulta e non ce ne siamo mai accorti? – mi sono chiesto.

Cosa accomuna la maggior parte delle critiche? Su tutto, l’estensione della rafforzata tutela penalistica alla discriminazione fondata sulla identità di genere, che, per la Legge Zan è “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

“Eh ma anche la Consulta ha accolto questa interpretazione” – dicono gli illuminati e liberalissimi commentatori da tastiera. Balle, ovviamente, poichè la Corte Costituzionale ha “escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione” [di genere -n.d.a] (Sent. 180/2017).

“Eh ma all’estero, il principio dell’identità di genere, così come declinato nella DDL ZAN è universalmente riconosciuto, l’Italia è in ritardo!”. Balle, ovviamente. In Spagna un testo analogo è stato bocciato dal Partito Socialista, in Germania dai socialdemocratici, in Francia non ci pensano neppure.

A mio avviso, il problema principale risiede nella volontà di introdurre nell’ordinamento una fattispecie incriminatrice che punisce (con la reclusione) il compimento di atti di discriminazione fondati sull’identità di genere (cioè sul self-id, nella accezione che ho fedelmente riportato sopra).

Siamo sicuri che una simile formulazione rispetti il principio liberale, costituzionalmente vincolante, di tassatività e determinatezza della legge penale? Siamo certi che una norma incriminatrice possa punire una fattispecie in cui i contorni non siano oggettivamente identificabili, ma dipendano dalla autopercezione che la (presunta) vittima abbia di sè?

In che cosa cosa consisterebbe la discriminazione fondata sulla identità di genere? Quali comportamenti sarebbero puniti o, quantomeno, incriminati?

Per cercare una risposta, ho fatto ricorso all’attuale applicazione della legge Mancino (che il DDL ZAN si propone di integrare) nella giurisprudenza della Cassazione. Vi segnalo questa (condivisibilissima) pronuncia: “Costituisce atto di discriminazione per motivi razziali ed etnici il rifiuto da parte del gestore di un bar di servire caffè ad avventori per il solo fatto di essere essi extracomunitari nordafricani, quando non manifestino comportamento scorretto o violento, che faccia ragionevolmente temere il verificarsi di disordini” – Cassazione penale sez. III, 05/12/2005, n.46783.

Ora, facciamo un esperimento mentale. Ipotizziamo che il suddetto barista neghi l’accesso al bagno delle donne ad un avventore, uomo, che si automanifesti come donna. Tale comportamento sarebbe incriminabile da parte di qualche zelante Pubblico Ministero?

Ancora. Il detenuto che si automanifesti e autorappresenti come donna, sarebbe discriminato se non gli fosse consentito l’accesso al carcere femminile, in luogo di quello maschile?

Sono due semplici interrogativi, per qualcuno banali. Per me sufficienti a imporre una riformulazione del testo attuale del DDL ZAN.

Senza che questa mia opinione faccia di me un illiberale, fascista, oscurantista, seguace di Pillon. Poichè, in effetti, non c’è nulla di più illiberale di un panpenalismo che pretende di assoggettare a disciplina penale quanti più comportamenti possibili della sfera umana.

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