La povertà dell’essere umano

“Gli uomini non migliorano, dimenticano”. Con questa frase, Francesco Guccini ha liquidato chi cercava di strappargli una dichiarazione positiva sull’essere umano nel pieno della pandemia dello scorso aprile.

Ma l’essere umano dimentica davvero? Beh, non credo trattasi di mera dimenticanza. Credo, piuttosto, sia convenienza a dimenticare.

Ho sempre disprezzato il proverbio “ciò che semini, raccogli”. Non è affatto vero. Quasi mai si raccoglie ciò che si è seminato, spesso le persone tendono a raccogliere il seminato prima del seminante lasciando quest’ultimo con la sola, amara, soddisfazione di essere stato una persona perbene.

Autori, come lo stesso Guccini, hanno spiegato -molto meglio del sottoscritto- questo concetto. Tuttavia la credenza popolare del “comportarsi bene affinché gli altri si comportino bene” non cessa di esistere.

Essa appartiene ad una concezione del mondo basata su un do ut des. Se ci pensate, anche la stessa religione ci forma sin da bambini con questa logica: “comportati bene affinché Dio ti accolga in Paradiso”. Il mio essere -sin da bambino- un eterno contestatore mi ha sempre portato a proporre (provando a realizzare, qualche volta con successo e qualche volta no) un’altra concezione dell’universo mondo, ricordo che rispondevo a mia madre (che oggi festeggia il compleanno, Santa Donna!): “io mi comporto bene (o quantomeno provo) perché dovrebbe esser la normalità, non perché una ipotetica Divinità mi premierà un giorno.”.

Attenzione: non è un post celebrativo, non sono qui per contemplare la mia persona (mi sembra di farlo già a sufficienza) ma esclusivamente per provare a spiegare la mia stella polare.

Perché, che a noi piaccia o meno, quando parliamo di noi, proprio di stella polare trattasi. Che società sarà quella in cui si ha rispetto e considerazione del prossimo solo con la speranza che egli ci ricompensi? È proprio il concetto di fondo ad essere errato.

Quante volte avete sentito la frase “ho smesso di comportarmi bene perché gli altri mi hanno fregato troppe volte”? Una frase figlia del concetto, terribile, che ho già ben espresso. Che sia chiaro: nessuno vuole spronarvi a crocifiggervi per gli altri, assolutamente. Chi scrive è un essere umano con un carattere particolarmente frizzantino che quando ravvisa (e spesso il problema è proprio il ravvisare tempestivamente) la “truffa” altrui, è pronto a gridare contro il mondo intero.

Ma sono anche orgoglioso di, nonostante tutto, continuare -nei limiti delle proprie possibilità- ad essere una risorsa per gli altri.

“Ti fai sfruttare, fatti furbo!”

No, grazie. La furbizia, diceva qualcuno, è la prostituzione dell’intelligenza e quest’ultima è ciò a cui più tengo su questo mondo.

Il titolo che ho dato a questo scritto vuole quasi contraddire ciò che poi ho scritto (chi mi conosce, ormai, non si meraviglia più delle mie contraddizioni) ma quel titolo altro non è che la conseguenza logica che segue la mentalità do ut des.

L’essere umano, nato povero, continua a rimanere povero poiché non si arricchirà mai di emozioni e sentimenti in quanto fin troppo impegnato a togliere agli altri (amore, affetto o beni materiali) dimenticando che tutti siamo “gli altri” di qualcuno.

Per non parlare, poi, dell’amore. Uno dei sentimenti più sopravvalutati di sempre. Un sentimento che non ha nulla di positivo se non l’egoismo che lo riempie. Quando amiamo, quando scegliamo una persona, non lo facciamo mai per donare ma perché riteniamo che quella persona sia conforme ai nostri standard (caratteriali o estetici) col solo fine di “usare” (passatemi il termine) l’altro per colmare noi stessi.

“Amor ch’a nullo amato amar perdona” scriveva il Poeta e forse questa è davvero l’unica -e rara- forma di amore sincera.
Nell’altra -convenzionale- si ama perché si sta bene con quella persona e mai perché l’altra persona sta bene con noi. In pratica l’amore altro non è che la ricerca ossessiva di qualcuno che faccia stare bene noi stessi fregandocene, spesso, se effettivamente l’altro sta bene con noi.

Cosa c’è di positivo in tutto questo?

Dovremmo tutti provare (il tentativo sarebbe già un passo in avanti importante) a ricordarci chi siamo nell’universo: un piccolo puntino -destinato a finire- in uno spazio infinito.

“E ognuno costruisce il suo sistema di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali scordando che poi, infine, tutti avremo due metri di terreno.”

È da questo modo di agire che sorgono tutti i fenomeni degenerativi nella vita degli individui. Il tutto accentuato dalla società del 2020: la società dei social network in cui ognuno si mostra perfetto agli occhi altrui.

Provate ad aprire un qualsiasi profilo instagram (ad iniziare dal mio, eh!): siamo tutti belli, felici, ricchi, studiosi, in carriera, con una bella macchina e una vita “come Steve McQueen”.

Ed è proprio l’eterna necessità di dover apparire perfetti che ci ha fatto entrare, senza accorgercene nemmeno, nell’immensa partita a scacchi contro il resto dell’umanità in cui, per vincere, siamo disposti a tutto.

Buona partita, cari amici avversari.

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